Roccamadre | Montevarmine
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Rocca Monte Varmine: un caso  di terra pubblica con finalità sociali sottoposta a  “torsione” politica

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Rocca Montevarmine
Rocca Montevarmine

Nel 1417, quando Matteo di Buonconte lascia per testamento all’ospedale di Santa  Maria della Carità di Fermo  i suoi possedimenti nel castello di Varmine, oggi territorio del comune di Carassai, trasforma parte della sua privata proprietà in bene pubblico, ridistribuisce il suo patrimonio terriero nella collettività destinandolo  all’assistenza dei <<poveri, deboli e vaganti senza sussidio>>; in un’epoca in cui ad essere una virtù è la povertà e non la ricchezza, compito di ciascuno, e soprattutto dei pubblici poteri, non è quello di favorire  la privatizzazione delle risorse in particolare della terra bensì, e al contrario, di aprire i beni dei privati a usi sociali e nel contempo di mantenere  fruizione e accesso universale ai beni pubblici (acque, boschi, terre demaniali, comunali e collettive)  garantendone la preservazione e la funzione. In tal modo al lascito  di Matteo di Buonconte  il papa Eugenio IV nel 1431 aggiunge  i beni e il monastero di Sant’Angelo in Piano. Si costituisce così già a inizio Cinquecento una tenuta agraria compatta di ben 700 ettari nella fertile media valle dell’Aso che svolge per molti secoli una importante finalità sociale alimentando e sostenendo  fino agli anni Ottanta del Novecento una delle strutture più importanti delle Marche  nell’assistenza a neonati e minori abbandonati, conosciuta come  Opera Pia Brefotrofio. Per  oltre cinque secoli la gestione della terra di tale bene pubblico, nonostante i cambiamenti di organizzazione agraria coerenti con il mutamento delle tecniche agronomiche e dei sistemi agricoli avvicendantisi nel tempo, non ha previsto vendite e privatizzazioni, ha invece incrementato il patrimonio comune fino a dotare i fondi di circa 40 case coloniche, ha dato lavoro a numerose famiglie contadine senza terra (nel corso dell’Ottocento nella tenuta si sono sfiorati i 700 residenti) e, nel contempo, ha dato risposte  a problemi urgenti della società, in particolare a quelli dell’infanzia abbandonata e dei giovani più sfortunati da formare e inserire nel lavoro[1].

La “torsione” politico-culturale, che dà l’avvio ad un periodo di degrado dell’intero bene, avviene alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, quando l’Opera Pia Brefotrofio viene estinta e  i suoi beni trasferiti al Comune di Fermo[2]. La tenuta agraria di Rocca Monte Varmine diventa per gli amministratori della città un bene patrimoniale identico ad altri, trasferibile, privatizzabile, chiamato semplicemente  a portar denaro nel bilancio comunale, tuttalpiù da destinare –unico vincolo-ad attività e servizi sociali.

Almeno tre sono gli elementi che segnano l’impoverimento di visione e, conseguentemente, delle scelte pratiche e politiche che caratterizzano la gestione della tenuta pubblica di Monte Varmine nell’ultimo quarantennio:

1) l’incapacità di riconoscere il valore del  bene terra come generatrice di materie prime: travolti dalla cultura dell’industria e dell’economia della speculazione, nei decenni successivi agli anni Ottanta, che vedono chiudersi nelle Marche il ventennio  di repentina trasformazione del sistema socioeconomico regionale da agricolo ad industriale,  cittadini e amministratori pubblici considerano la terra un fattore di produzione proprio dei sistemi arretrati, tendono a privilegiare altri beni immobili non rurali (soprattutto edilizi) e a indirizzare su di essi eventuali risorse e investimenti; non afferrano quello che nei secoli preindustriali era molto chiaro, vale a dire l’assoluta diversità della terra rispetto a qualsiasi altro bene economico; essa sola, infatti,   è generatrice di materie prime, di materie cioè che l’uomo non è in grado di “creare” da solo e senza le quali non può produrre altro (materie seconde): non solo cibo per uomini e animali, ma anche legno, legname, paglia, fibre tessili, erbe officinali, farmaceutiche, cosmetiche, tintorie etc. . Non cogliendo  tale potenza generatrice della terra, molti proprietari non hanno visto in essa un bene strategico da tutelare quando i patrimoni pubblici e privati vanno ristrutturati, soprattutto in fasi di transizione o di crisi.

2) La visione riduttiva e persino miope delle finalità sociali: gli amministratori comunali di Fermo specie nel decennio 1999-2009  hanno dimostrato   di voler realizzare le finalità sociali che i vincoli testamentari richiedono per la tenuta di Rocca Monte Varmine limitandosi a indirizzarne le entrate, in modo rapsodico e disorganico, verso attività di   aiuto alle marginalità gravi, fuori da ogni progetto sistemico  in grado di guardare alla società nel suo insieme,  di mettere in coerenza e continuità la  gestione agraria della tenuta con il benessere della città, di funzionalizzare  le risorse complessive e le potenzialità profonde  della tenuta  alla risoluzione di  problemi sociali (dando risposta, ad esempio, alla domanda abitativa con  l’uso sociale dell’ampio  patrimonio edilizio, che come si è detto ha accolto fino a 700 abitanti; o alla domanda di lavoro con la creazione di opportunità  per disoccupati attraverso attività di nuova agricoltura, di agricoltura multifunzionale e trasformazione delle materie prime), di farne un’area modello sotto il profilo socio-economico ed ecologico, capace di sperimentare e realizzare forme etiche di organizzazione e produzione agraria,  di valorizzare la funzione e il ruolo sociale dei lavoratori agricoli, di impedirne la marginalizzazione e lo sfruttamento,  di non  ricorrere a condizioni contrattuali asimmetriche e inique per i contadini, di non indebolire la condizione sociale di questi ultimi scaricando proprio su di essi e sulle loro famiglie – come invece è avvenuto-  l’onere di procurare entrate comunali da destinare  a soggetti deboli e marginali.

3) il mito del privato e la rinuncia a svolgere  funzione pubblica. Privatizzare -nel senso di alienare beni pubblici a soggetti privati o di affidare ad essi la loro gestione con la piena libertà, dietro il versamento di una somma di denaro, di utilizzare  i mezzi  più vantaggiosi al perseguimento del proprio utile fuori da ogni valutazione di sostenibilità sociale e pubblica- è stata la parola guida che ha ispirato le scelte operate dagli amministratori comunali di Fermo a partire dalla fine degli anni Novanta relativamente a Rocca Monte Varmine, in coerenza peraltro con la cultura e i modelli più recenti del neoliberismo occidentale.  Percepita perciò come un lascito di famiglia, segno della nobiltà del passato ma ormai fuori epoca e troppo onerosa da gestire, la tenuta  è sembrata  utile tuttalpiù per rimpinguare il bilancio comunale, arricchirne il flusso monetario in entrata, l’agilità di manovra e di spesa. Sono stati  così venduti circa cento ettari di buona terra e alcuni casali mentre i restanti terreni sono stati dati  in conduzione ad affittuari che, a fronte del pagamento di  un canone annuo monetario, sono stati lasciati liberi  di  applicare i modelli dell’agricoltura meccanica, chimica e industriale e che lo stesso Comune, imponendo loro affitti di breve durata, ha disincentivato dal realizzare investimenti e colture migliorative e più sostenibili. Il conseguente denudamento delle colline e la sterilizzazione del suolo per l’uso spinto di diserbanti e pesticidi hanno esposto la proprietà a diffusi processi di dilavamento e frane; varie decine di ettari si sono rinselvatichiti perché lasciati incolti o mal coltivati; il patrimonio edilizio è stato abbandonato, le circa 40 case coloniche risultano in rovina o inagibili con un danno patrimoniale per i cittadini di Fermo a tutt’oggi non quantificato ma che non è difficile stimare ben oltre il milione di euro; persino la Rocca medioevale, testimonianza rara di insediamento rurale fortificato e bene culturale identificativo del territorio, rischia la definitiva rovina nonostante siano stati restaurati con denaro pubblico una sua ala e un annesso, adibito a ristorante oggi chiuso e  nuovamente bisognoso di restauro, e sebbene una rete di associazioni del territorio si siano impegnate a far conoscere e valorizzare il luogo organizzandovi, fra l’altro, tre edizioni della festa rurale Lavandaso[3].

[1] Ampi riferimenti al ruolo di tale istituzione nel sistema assistenziale delle Marche preunitarie in A. Palombarini, Sedotte e abbandonati, Quaderni di “Proposte e ricerche”, Ancona 1993. Per la storia del sito, S. Virgili, Il Castello di Monte Varmine, Fermo 2007.

[2] I beni dell’ Opera Pia Brefotrofio sono trasferiti al Comune di Fermo con  decreto del Presidente della Giunta Regionale delle Marche n. 1413 del 16 marzo 1989; il decreto considera costitutive e irrinunciabili le finalità sociali previste dal legato testamentario.

[3] Per programmi e documentazione fotografica http://www.paesaggiomarche.net/c/2012/06/23/lavandaso-festa-della-lavanda-della-valdaso/; http://turismarche.it/5-edizione-lavandaso/